Il giusto pagamento

Non sono mai stato un asso a scuola e dopo il diploma mi sono lasciato alle spalle un passato di bande liceali e violenza. Per quelli come me, nel quartieraccio in cui vivo, il destino riserva solo lavori modesti. Ho finito per diventare il ragazzo delle consegne di una pizzeria, impiego banale ma onesto.
Sono ciò che si definisce un bel moro. Fisico sportivo, taglio di capelli trasandato e spettinato, e una barbetta corta non molto curata che dona molto al mio viso attraente e dai profondi occhi scuri. Ho una bellezza un po’ selvaggia.
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Quando mi presento alla porta di casa con la consegna le clienti sorridono civettuole e anche a qualche maschio ogni tanto casca l’occhio dove non dovrebbe.
Dopo un’interminabile serata di Luglio a lavoro, l’ultima consegna che feci fu per una pizza singola. Il cliente che mi si presentò alla porta era un ragazzo molto carino e beatamente in mutande. Capelli ricci nerissimi e scarmigliati, un sorriso mascalzone e magnetico. Con voce annoiata e quel sorrisetto strafottente, mi disse che non aveva i soldi, ma che avrebbe pagato in futuro. Chiaramente mentiva, e quella non era nemmeno la prima volta che accadeva, mi ricordavo il suo indirizzo e aveva già dato qualche grana ai miei colleghi. La pizzeria ormai era chiusa e non volevo scomodare il proprietario per pochi euro, meglio risolverla da solo. Gli consegnai la pizza fingendo condiscendenza e quando fece per chiudermi la porta in faccia mi misi in mezzo ed entrai a forza in casa sua. Era da solo, un guizzo di allerta gli passò nello sguardo. Minacciò di chiamare la polizia, lasciando il cartone per avere libere le mani. Aveva già capito che non avevo buone intenzioni. Ed io avevo capito che la sua non era davvero una minaccia: mi fissava attratto come se fossi io il suo pasto caldo.

Tu ora mi paghi. gli ordinai con un sorriso sfacciato, posandogli una mano sulla spalla per afferrarlo e costringerlo ad abbassarsi.
Inghiottì a vuoto, e finì in ginocchio senza opporre resistenza: ero potenzialmente più forte di lui. Quando mise gli occhi sulla patta dei miei jeans che si era rapidamente gonfiata schiuse le labbra, accaldato.
Mi slacciò lui stesso i pantaloni, mi abbassò le mutande e tirò fuori la mia erezione spessa e pulsante che batteva tutta per merito del suo bel faccino. Iniziò a farmi una sega, ci guardavamo dritti negli occhi senza una parola, ci bastò lo sguardo per capire le rispettive volontà. Ci piacevamo e parecchio. Fece un po’ di scena sulle prime, mi costrinse ad afferrarlo per quei deliziosi riccioli scuri per indirizzarne la bocca al mio pene. Quando lo prese fra le labbra lo succhiò con devozione famelica, mentre fra le sue gambe un’erezione già spingeva sulla biancheria. Non ci volle molto perché da in ginocchio che era finisse carponi, con me dietro a montarmelo fra gemiti accaldati e il profumo delle pizze che si sfreddavano nei cartoni. Quel sederino stretto era decisamente meglio di ogni pagamento e lo sfogo perfetto dopo una dura giornata di lavoro.
Ad oggi, gli ordini da quel ragazzo sono una piacevole abitudine dal pagamento sempre puntuale.

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